Goethe – Le affinità elettive

13 08 2007

Cos’è un’affinità elettiva? Nasce come termine per denotare legami chimici.

I casi più notevoli e interessanti sono appunto questi, che possono darci rappresentazione reale dell’attrazione, dell’affinità, di questa specie d’incrocio nell’abbandonarsi e congiungersi; qui vi sono quattro elementi, finora accoppiati a due a due, che portati a contatto sciolgono la loro unione primitiva per formarne una nuova. In questo lasciarsi andare ed afferrarsi, in questo fuggirsi e cercarsi pare davvero di scorgere una determinazione superiore; noi attribuiamo a tali sostanze una specie di volontà e di scelta, e perciò il termine tecnico di affinità elettiva è perfettamente giustificato.


Ma una volta che Goethe dà una definizione come questa, è facile capire come si possa usare il termine anche per i legami tra persone. Ed è appunto ciò di cui il libro parla. Gli “elementi” sono giusto quattro: Edoardo, “ricco barone nel fiore della virilità”, è sposato con Carlotta, e per motivi diversi decidono di ospitare nel loro castello un vecchio amico d’infanzia di lui, il capitano, e la giovane nipote di lei, Ottilia, splendido fiore che però fatica a sbocciare e tende a rimanere chiuso. Inutili sono i tentativi di Carlotta di mantenere intatti i legami prestabiliti, anche nei riguardi di sé stessa.
Ecco alcuni pensieri e frasi che mi hanno colpito, rubati alla coppia.

Edoardo:

Strani esseri siamo! Se appena riusciamo ad allontanare dalla nostra presenza quanto ci preoccupa, crediamo che tutto sia accomodato. Siamo pronti ai sacrifici completi, ma alle piccole rinunce raramente ci sappiamo adattare.

Basta amare un solo essere con tutto il cuore, perché tutti gli altri ci sembrino degni d’amore!

Carlotta:

Ell’era infatti d’avviso che è bene conoscere quanto più presto possibile il carattere delle persone con cui dobbiamo vivere, per sapere quel che possiamo attenderci e coltivare in loro, oppure ciò che una volta per tutte dobbiamo loro concedere e perdonare.

La vita è pur tutta basata sul guadagno e sulla perdita. Chi non fa qualche progetto ed è poi disturbato nell’eseguirlo? Quante volte si sceglie un cammino e poi si è costretti a deviare! Quante volte siamo stornati da una mèta fissata, per raggiungere una più alta! Al viaggiatore si spezza una ruota per via, rimane contrariato, ed ecco che questo spiacevole incidente lo conduce a conoscenze graditissime, che influiscono su tutta la sua vita. Il destino esaudisce i nostri desideri, ma a modo suo, per poterci dare qualcosa che è al disopra dei nostri stessi desideri.

Ci sono cose che il destino si propone ostinatamente. Invano gli attraversano la strada la ragione e la virtù, il dovere e tutto quello che c’è di più sacro: qualcosa deve accadere, che per lui è giusto, che a noi non sembra giusto; e possiamo comportarci come vogliamo, alla fine è lui che vince.





George Orwell – Animal Farm

2 08 2007

Ieri mattina ho finito di (ri)leggere Animal Farm. Lo lessi in italiano credo ai tempi del liceo…poi il mese scorso ho trovato a casa la versione inglese.

Devo ammettere che mi ha catturato, più di quanto mi ricordassi dalla lettura adolescenziale. È anche piuttosto breve, e questo di sicuro invoglia a leggerlo tutto d’un fiato.
La storia è largamente nota: gli animali della fattoria “Manor Farm” di Mr. Jones organizzano una rivoluzione contro il padrone ed iniziano ad autogestirsi sotto la guida dei più intelligenti, the pigs, i quali teorizzano una società equalitaria: è la nascita dell’Animalism. Sette sono i comandamenti fondamentali, scritti in modo che (quasi) tutti li possano sempre leggere.
Ma tra la teoria e la pratica c’è sempre differenza e la vera uguaglianza rimane sempre un’utopia.
Il riferimento alla storia della rivoluzione bolscevica del 1917 in Russia è chiaro e lampante, e molti personaggi del libro non sono altro che degli alter ego dei protagonisti del comunismo.
Ma oltre alla chiave storica che di sicuro è quella più importante, ho trovato interessanti i rapporti tra i vari animali, che sono praticamente gli stessi di quelli della società umana. E la propaganda non è solo un fenomeno circoscritto ai regimi totalitari del Novecento, ma si può trovare ancora oggi in molti contesti: politica, religione, cultura, … basta saper sfruttare per bene l’ignoranza delle persone su un certo argomento e mostrar loro la realtà vista dalla facciata che più serve allo scopo.





È una vita che ti aspetto

13 06 2007

Era da un po’ che volevo leggere i suoi libri, e ieri ho finito il mio primo (il suo secondo): È una vita che ti aspetto.

Opinione: non male, anche se forse mi aspettavo qualcosa di più.
La storia è coinvolgente, e io mi sono rivisto molto nel protagonista, che poi presumo essere lo stesso Fabio Volo fondamentalmente. A partire dal momento in cui realizza che così non si può continuare, ed inizia a scoprire e conoscere per la prima volta una nuova persona. Davvero molte, molte analogie: la più stupida, è la scoperta del gelato al pistacchio. Fino a qualche anno fa lo scartavo sempre e comunque, convinto non mi piacesse: in realtà, non l’avevo mai provato… Ed ora almeno una volta su due c’è anche una pallina verde nella mia coppetta!!
La pecca maggiore che ho trovato, è la mancanza del giudizio degli altri (degli amici fondamentalmente) sulla sua trasformazione. Tanti rapporti inevitabilmente cambiano e molti si spezzano, anche. Di tutto questo c’è solo qualche accenno, ma secondo me non vanno affatto trascurati. Spesso, sono il freno principale quando una persona decide di correre e non perdersi un solo momento della sua vita, soprattutto in una società dove l’opinione degli altri è quasi più importante della propria. Bella invece la descrizione continua del rapporto con i genitori.
Spero che anche gli altri libri siano sullo stesso livello!





Veronika decide di morire

21 05 2007

L’altra sera ho finito di rileggermi a distanza di due anni Veronika decide di morire. L’ho apprezzato ancora più della prima volta. Sicuramente è uno dei miei preferiti di Coelho, insieme a Sulla sponda del fiume Piedra mi sono seduta e ho pianto. Libro quest’ultimo che rimane fermamente legato a un periodo fondamentale della mia vita.
Ci ho trovato nuovi significati, soprattutto nei personaggi. Personaggi “matti” che convivono in un manicomio. Dove chi definitivamente è sfuggito dalla vita reale trova conforto per creare un proprio mondo. Ma cos’è un “matto”? I matti vivono solo in manicomio? E chi può dirsi “sano”? E il dottor Igor, colui che organizza il manicomio e può stabilire se un paziente è “sano” o “matto”, lui stesso a quale categoria appartiene? E se trova un paziente più sano di lui?
Questa è una delle frasi che più mi ha colpito, per la quantità di verità che contiene.

Nella sua esistenza, Veronika aveva capito che tantissime persone di sua conoscenza parlavano degli orrori della vita altrui come se fossero preoccupatissime di aiutare gli altri, ma in realtà si compiacevano per la loro sofferenza: perché questo li portava a credere di essere felici, considerando che la vita si era mostrata generosa nei loro confronti.





De Carlo

24 04 2007

“Come un’onda che ha spazzato via i miei desideri e si è ritirata lasciandomi intriso di tristezza.”
“Il momento preciso in cui si passa dal pensiero di un gesto a un gesto compiuto. Quella frazione di secondo piena di incertezza e di paura. Ma è uno dei più piacevoli tipi di paura che ci sono.”
Ho riletto Tecniche di seduzione, e l’ho trovato ancora uno dei suoi libri più riusciti. Pur conoscendo già il finale, la rabbia contro un certo diffuso modo di fare ed agire mescolata alla passione per una splendida attrice e all’ammirazione per il famoso scrittore che diventerà il suo primo tifoso li ho ritrovati intatti e ancora veritieri.





Der Steppenwolf

9 04 2007

Finalmente dopo molto tempo ho riletto un libro…Me ne sono portato un po’ l’ultima volta che sono risalito dall’Italia, e altri li comprerò o li prenderò in prestito qui.
L’avevo comprato a inizio anno, al museo di Montagnola che ero andato a visitare, e che tra qualche settimana vorrei rivedere per bene, soprattutto per passeggiare lungo il percorso che si snoda tra le sue abitazioni e dal quale si vede un panorama fantastico.
Premetto col dire che è stato il suo libro tra quelli che ho letto finora che più mi ha angosciato e reso partecipe. L’ha scritto nella fase forse più buia della sua vita, e questo risalta chiaramente. Fondamentalmente è un’autoanalisi, non per niente il protagonista (Harry Haller) ha le stesse iniziali di Herman Hesse…
“Così nascono, preziosa e fugace schiuma di felicità sopra il mare della sofferenza, tutte le opere d’arte nelle quali un uomo che soffre si innalza per un momento tanto al di sopra del proprio destino che la sua felicità brilla come un astro e appare a chi la vede come una cosa eterna, come il suo proprio sogno di felicità.”
Un’anima divisa, profondamente divisa. L’uomo (elevato, puro, incorruttibile) e la bestia (infima, ricercatrice solo di istinti). Due (secondo la sua opinione) parti diametralmente opposte, in lotta continua tra loro. E di conseguenza, un’infelicità cronica, il desiderio persistente di farla finita come costante sfondo. Unico modo per scappare dalla realtà borghese a cui si rifiuta di appartenere: la solitudine e l’isolamento da tutto e tutti, che ovviamente non fanno altro che avvicinarlo al baratro, rinviando solo la decisione finale per paura.
“La solitudine è indipendenza: l’avevo desiderata e me l’ero conquistata in tanti anni. Era fredda, questo sì, ma era anche silenziosa, meravigliosamente silenziosa e grande come lo spazio freddo e silente nel quale girano gli astri.
[...]
L’uomo avido di potere incontra la sua rovina nel potere, l’uomo bramoso di denaro nel denaro, il sottomesso nella servitù, il gaudente nel piacere. E così il lupo della steppa si rovinò con l’indipendenza.
[...]
Oh se avessi avuto un amico, un amico in una soffitta, intendo a meditare a lume di candela con accanto un violino! Come lo avrei sorpreso nel silenzio notturno arrampicandomi senza far rumore su per le scale angolose! E avremmo passato tra musica e discorsi un paio di ore sovraumane.”

Ma, prima attraverso un libretto che parla di lui e poi attraverso nuove amicizie e amori (soprattutto Erminia, la controfigura del suo amico d’infanzia Ermanno, che guarda caso si chiama proprio come Hesse…) che lo condurranno finalmente al “Teatro Magico”, impara a guardarsi meglio anche attraverso il giudizio dei suoi artisti preferiti come Goethe e Mozart e capisce che la sua autoanalisi precedente era semplicistica e fondamentalmente sbagliata.
“Hai ragione tu, lupo della steppa; mille volte ragione, eppure devi perire. Per questo mondo odierno, semplice, comodo, di facile contentatura, tu hai troppe pretese, troppa fame, ed esso ti rigetta perché hai una dimensione in più.
[...]
Tu avevi in cuore una visione della vita, una fede, un postulato, eri pronto ad agire, a soffrire, a sacrificarti…e poi ti accorgesti a poco a poco che il mondo non chiedeva affatto gesta e sacrifici e cose simili, che la vita non è un poema sublime con personaggi eroici, bensì una buona stanza borghese dove ci si accontenta di mangiare e bere, di prendere il caffè e di far la calza, di giocare ai tarocchi e di ascoltare la radio. E chi pretende quelle alte cose, le cose belle ed eroiche, il rispetto dei grandi poeti o la venerazione dei santi è uno sciocco, un Don Chisciotte.”