Notizia di ieri, che ovviamente si può leggere oggi sui giornali.
Ampio spazio sui giornali italiani, e su quelli veronesi in particolare: un veronese, Mario Capecchi, ha vinto il premio Nobel di quest’anno per la medicina.
Fantastico, le mamme italiane partoriscono ancora degli ottimi scienziati! Siamo all’avanguardia nella ricerca, altro che paese di serie B!
Ma la vogliamo smettere una volta per tutte, e leggere velocemente la sua biografia?
Nato a Verona da padre fiorentino e mamma statunitense, semplicemente perché i genitori passavano di lì e proprio in quel momento lui decise che era il momento di nascere. È rimasto lì durante le prime tre settimane di vita, poi è stato 3 anni a Bolzano, e a 7 anni l’anno portato negli Stati Uniti. È tornato a Verona ben tre volte durante la sua vita, “l’ultima nel 2002 per assistere alla Tosca in Arena”.
Ma siamo davvero ridotti così male da festeggiare in questo modo una persona nata casualmente qui da darle le chiavi della città, come subito ha affermato il sindaco?
Davvero pensiamo che sia stata l’aria veronese delle prime 3 settimane o quella italiana dei primi 3 anni a dargli quel genio che l’ha portato a meritarsi questo premio?
O forse han contato un po’ di più gli altri 67 trascorsi in un ambiente che sa stimolarti e premiarti per quanto vali? In università che possono permettersi di contare su di te, di farti avere come relatore uno dei scopritori del DNA piuttosto che un professore impegnato più che altro a passare da associato ad ordinario, viste le gratificazioni economiche che i ricercatori hanno qui?
Sicuramente seguirà qualche giorno in cui si parlerà di come sia necessario per i ricercatori scientifici andarsene all’estero per affermarsi, della necessità di aumentare i fondi per le università, eccetera eccetera. Ma non temiamo: tra qualche settimana tutto sarà ancora come è, e il problema non esisterà più.